Autore Topic: Julay Ladakh!  (Letto 5366 volte)

Offline Titto

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Julay Ladakh!
« il: 26 Agosto 2014, 17:02:37 »
Julay (julè) è il saluto del Ladakh, equivale a un "salve" ma suona bene come un "ciao".

I protagonisti di quest'avventura siamo io, cioè Fabrizio (Titto), e la mia mezza mela Raffaella (Jaffy). Doveva essere un raid epico, lo sognavo da anni, ma teniamo famiglia e un'età. In compenso non teniamo tempo né soldi. Per cui...

31 luglio 2014
Bene, anche questa volta abbiamo fatto il nostro dovere: i voli interni tra Delhi e Manali sono annullati per i monsoni per tutta l'estate. E non è che ci abbiano avvisato, l'abbiamo saputo da B!bo che l'ha letto sul web per caso...
Quando andammo via dalla Yugoslavia scoppiò la guerra civile, in Grecia gli incendi ci attraversavano la strada, andando in Turchia si alluvionò mezza europa. Abbiamo fatto diluviare a Djerba e a Fez il giorno di ferragosto e, benché senza Jaffy, tutto da solo ho fatto piovere sull'oasi di Ksar Ghilane. Invece, per fortuna, un vulcano islandese frettoloso eruttò un pelo troppo in anticipo per fermare anche il nostro volo. Quando progettiamo un viaggio, i tour operators si grattano le gonadi.
Qual è dunque l'alternativa a un'ora di volo dall'aeroporto di Delhi a quello di Kullu (a pochi km da Manali)? Sono 13 - 17 ore di pullman indiano. Specifico: indiano. Anche a scegliere i migliori, pare sia un calvario, con gli autisti che cercano di vincere il sonno bevendo quanto una squadra di rugby. Ma c'è di peggio: partono dai luoghi più disparati della capitale e non sono prenotabili senza carta di credito indiana e numero di cellulare locale.
Il programma, per ora, è: partenza da Fiumicino venerdì 8 agosto, scalo da qualche parte in Europa e arrivo a Delhi subito dopo la mezzanotte tra l'8 e il 9. Le due Royal Enfield Bullet 500 cc ci aspettano a Manali il 10, troveremo il modo di raggiungerle in tempo.

2 agosto 2014
Ci siamo assicurati una Tata Indigo A/C (aria condizionata?) con driver compreso per un prezzo minimo di 10640 rupie. Quale sia quello massimo non è dato sapere. E forse "assicurati" è peccato di presunzione. Ma, se tutto va bene, alle 6:00 AM del 9 agosto incontreremo un tizio, con un cartello in mano col mio nome sopra, al terminal tre e questo tizio ci porterà a Manali. Inshallah.

5 agosto 2014
Ah, le donne...
"Si possono scegliere il posto e il menu sull'aereo? Ma no, troppo in coda, troppo sull'ala, troppo avanti, troppo a destra... OK, bene, ora il pranzo prendilo vegetariano anche a me". "Ma no, hai scelto vegetariano/vegano, io lo volevo latte ovo fruttariano!" "Ci ho ripensato, meglio il posto a due". "No, cambia di nuovo, meglio quello a tre sull'ala. Ma sarà lì l'ala?"
Alla Lufthansa lampeggiava la mappa dei posti come un presepe...

9 agosto 2014
Scrivo questo breve appunto mentre siamo a 150 km da Manali. Sono ore che siamo a 150 km da Manali, o sono sbagliati i cartelli o giriamo in tondo... Nel caso non restasse di noi nient'altro che questo appunto, sappiate che siamo nelle mani di Kumàr, un tizio che guida il taxi perennemente contromano, superando camion in curva mentre schiva cani, mucche, scimmie, moto con quattro passeggeri, carretti a pedali o trainati da bufali, suonando continuamente come se ci dovesse portare in sala parto. E non può scordarsi di suonare, dietro a ogni camion c'è la scritta "blow horn". Ma non è il solo a "guidare" così, sembra l'autoscontro di un lunapark. Per dare più succo, da quando sono iniziate le montagne, 100 km fa, la "strada" è una mulattiera in parte asfaltata con crateri e curve cieche. Se questa è la parte facile del nostro itinerario verso Leh...
Perché ci siamo trovati così? Fino a Delhi è andato tutto liscio, lo spazio a sedere sull'aereo era quello della classe economica e il sikh col turbante sbracato dietro di noi aveva la tubercolosi e si è anche tolto le scarpe, ma per il resto niente da segnalare. Siamo partiti alle dieci del mattino da Roma e atterrati a Delhi passata la mezzanotte locale (+3,5 ore rispetto all'Italia). Abbiamo sonnecchiato sulle sedie del ritiro bagagli fino alle sei e poi... Sorpresa! Non si vede il tipo del taxi prenotato per Manali. Cadiamo subito nelle mani di un velociraptor locale che (forse) telefona all'agenzia di autonoleggio e ci riferisce che la nostra auto non c'è, è rotta. Sarà vero? Dobbiamo arrivare a Manali in serata, saranno 500 km di strade di quart'ordine, facciamo a fidarci, così il velociraptor ci rifila, dopo contrattazione, un'altra auto, sua, no di un amico, no ancora di un terzo amico (in cinque minuti cambiamo tre driver e due auto), il tutto per il doppio del prezzo. E eccoci qua, a rischiare la buccia dopo aver salvato altri 50 eurini che il driver cercava di estorcerci come "tasse turistiche".

10 agosto 2014
Alle 9:45 PM, ieri sera, siamo arrivati a Manali e, mossi a compassione per la stanchezza del nostro driver, gli abbiamo dato come mancia i 50 eurini che aveva cercato di solarci con le presunte tasse turistiche. Un po' demotivati stamattina siamo saliti su un tuc tuc per andare alla vicina Vashisht, con i caschi in mano più per scaramanzia che per altro e... le moto c'erano davvero, chi ci credeva più! Colazione sotto il locale del noleggiatore, in una terrazza ombreggiata da tende colorate, con vista sul fiume Beas e i furbissimi merli (indiani, ovviamente) che hanno diviso il muesli con noi, poi qualche acquisto di argento tibetano e le nostre moto sono finalmente pronte: due Enfield classic color sabbia, una figata! Ci vengono consegnate col portapacchi e due tanichette per la benzina per ogni moto e con tutta l'iniezione e il twin spark sono a punto quasi come il mio vecchio Corsarino con le puntine attaccate. Però avanzano.
Per festeggiare l'evento abbiamo assaggiato di tutto, superando la dose consigliata per la mitridatizzazione, lo scacazzone del turista goloso è sicuramente al varco. Visita al vecchio tempio Hindu, con tanto di pallino rosso sulla fronte e una manciata di riso soffiato dolce/salato che non avrei dato neanche al cane, preso a manciate da un contenitore certamente HACCP. Siccome la vita tornava a sorriderci, l'ascensore ipertecnologico dell'albergo, trasparente e a vista, mi ha imprigionato all'interno ma non prima di ciancicarmi il casco che avevo in mano. Tecnologia indiana. Poi il monsone ci ha finalmente rintracciati a Old Manali, mentre cenavamo a qualche km dall'hotel con le moto e senza antipioggia. Sono commosso, ho sicuramente salvato il resto dell'India dalle alluvioni, vuoi che ora che ci ha ritrovati non verrà con noi in Ladakh?

11 agosto 2014
Invece il monsone si è trattenuto solo fino alla partenza da Manali, per indurci a indossare gli antipioggia che ci hanno cotti a vapore come i frollini del Mulino Bianco.
Il Rohtang pass non ci era sembrato niente di impossibile, è cominciato in sordina con un buon asfalto, siamo arrivati ai suoi quasi 4000 superando solo qualche tratto di mulattiera fangosa e pagando il pizzo di 100 rupie per i permessi. Il paesaggio è magnifico, le montagne sono ripidissime e lussureggianti di vegetazione, blocchi monolitici dai quali franano massi compatti e squadrati grandi come collinette. Gli alberi si arrampicano fino ad alta quota, dappertutto cascate altissime. In cima al passo nasce il Beas, il fiume di Manali che abbiamo da poco lasciato per andare a nord. Poi è iniziato il calvario: in discesa l'asfalto è sparito, buche profonde, vento, polvere, sabbia, traffico... E le sospensioni delle Enfield che ci hanno fatto pensare che, nel risaldare il portapacchi, il fabbro avesse per errore bloccato il forcellone. E la mia che non stava accesa. Finché non abbiamo incontrato il gruppo di moto organizzato dal noleggiatore stesso, con auto al seguito, piena di bagagli, benzina e ricambi, una cosa assolutamente poco maschia e da rigettare in toto. Salvo implorare il loro meccanico di aggiustare motore e sospensioni delle nostre moto... Da lì in poi molto meglio, anche se mi vergognerò per sempre di questa debolezza.
Siamo arrivati a Keylong devastati, ho sognato troppo a lungo questi viaggi, ormai ho l'età per andare alle terme. Sarà la stanchezza che mi rovina l'umore, ma ho pensieri negativi: mi piacciono i posti esotici, diversi in tutto (natura, clima, gente) dal mio quotidiano, mi piacciono "primitivi" perché liberi, non governati da ragnatele soffocanti di regole inviolabili. Però mi sto stancando di popoli che sguazzano nella propria spazzatura, approssimativi in tutto quel che fanno, con le case fatiscenti e i tondini metallici che spuntano dappertutto perché le abitazioni sono a crescere come le scarpe dei bambini.

12 agosto 2014
Ci siamo riposati, c'è un bel sole, la doccia funziona... Usciamo dal Tashi Taleg Hotel con l'umore giusto per apprezzare di nuovo 'sto posto. In fondo qui la vita è dura come neanche possiamo immaginare, il fieno per il lungo inverno viene tagliato a mano, raccolto e trasportato a spalla per km (di dislivello, non di strada!), fino ad ammucchiarlo sui tetti salendo con scale a pioli, sai che gliene frega di un po' di spazzatura, che poi non è certo la stessa che produciamo noi. Certo è un peccato vedere che l'acqua pura della montagna, passata per la cittadina e i suoi scoli all'aperto, diventi liquame... Ancora viene utilizzata per irrigare i campi sottostanti con un reticolo di canaletti, per poi finire nel grosso fiume nella vallata con il suo carico di inquinanti organici e di plastica, non molta invero, ma indistruttibile.
Come so tutto questo? Perché sono un coglione. Per "riposarci", ci siamo trattenuti un giorno a Keylong, 3350 m slm, ma - per non annoiarci - abbiamo deciso che meritasse la nostra attenzione l'antichissimo monastero tibetano che vedevamo dall'altra parte della vallata. E che ci vuole! Basta scendere un lunghissimo sentiero con pendenza del 100% fino a un ponticello sul fiume, per poi risalire per centinaia di metri di dislivello fino al gompa e fare il tutto a ritroso. Quattro litri d'acqua consumata, anzi poco meno, qualche sorso ce l'ha scroccato un altro turista indiano sudato come un maialino allo spiedo. Non ancora abituati alla quota, abbiamo rischiato di trattenerci all'ospedale alla fine del sentiero del ritorno, che se poi è lì ci sarà un perché.
Però il Khardon gompa, il monastero, è bellissimo, ha novecento anni, è kitsch come piace alla mia elegante consorte, con affreschi coloratissimi e un'enorme ruota delle preghiere che suona una campanella a ogni giro. Più Jaffy si estasiava con questa tavolozza di colori, più dispensava offerte per il tempio. Gira voce che per questo il gompa sia ora chiuso per ferie, noi personalmente abbiamo visto il monaco indossare enormi occhiali da sole e chiudere a chiave il tempio.
Domani a Sarchu.

13 agosto 2014
Abbiamo abbandonato quanto di più simile alla civiltà potessimo trovare, per come siamo abituati ad intenderla. Rimarremo ancora una notte nel bellissimo Himachal Pradesh, cui Manali appartiene, arrivando a Sarchu, a uno sputo dal Ladakh. Qui il paesaggio cambia completamente, le montagne monolitiche e ricche di vegetazione lasciano il posto a cime che emergono da accumuli colossali dei loro detriti, la flora si riduce a spolverate di erbacee, con un'incredibile varietà di fiorellini di vari colori. D'altra parte, per arrivare a Sarchu si deve superare il Baralacha La ("la" significa "passo"), una specie di scioglilingua alto quasi 4900 metri. Qui il monsone, già provato dal Rohtang pass, si arrende e si entra in un deserto d'alta quota. L'acqua invero è abbondante, ma deriva solo dai ghiacciai che formano fiumi impetuosi e piccoli laghi in ogni vallata, il resto del terreno è riarso dal sole e dal vento. Fa caldo, da stare in maglietta, ma ora che il sole sta tramontando sul campo tendato di Sarchu, ho capito a cosa servono tutte le coperte che abbiamo trovato nella nostra tenda gialla a cinque stelle. Tenda appunto con tutti i comfort, anche una stanza separata con wc e lavandino per 2500 rupie (1 euro equivale a 75/80 rupie) compresi colazione, cena, chai di benvenuto per due e una magnifica via lattea da sfiorare con la testa. I letti sembrano due panche come quelli dell'albergo di Keylong, ma qui ci preoccupa di più il dormire a 4300 metri, siamo gente di mare noi...

14 agosto 2014
La notte a 4300 m è passta senza morire, come invece Jaffy aveva pronosticato da mesi. E' precisa come i Maya, per fortuna. In tenda ha fatto freddo e abbiamo i lividi sulle anche per l'estrema sofficità delle cassapanche su cui giacevamo attendendo la morte, ma nient'altro. Pazienza, ci saranno altre occasioni.
Di buon ora siamo partiti per Leh: eravamo solo a metà strada, percorsa in due tratte, ma ci avevano detto che la seconda metà sarebbe stata più facile.
Poco dopo la partenza, un cartello ci annunciava che eravamo entrati in Ladakh: "Welcome to the paradise of India". Ed è vero. Il percorso da Sarchu a Leh ha visto un susseguirsi di panorami che potevano alternativamente ricordare il Gran Canyon o le strade che tagliano le prime sabbie della Tunisia, con un altopiano di decine di km fra due linee di basse montagne (basse perchè l'altopiano è sopra i 4500 m), con un passo a quasi 5000 m e due al di sopra. La bellezza di questi luoghi è indescrivibile, quindi neanche ci provo. Voglio solo sottolineare i colori delle rocce ocra e rosse, del cielo cobalto, delle nuvole bianche, un contrasto di colori saturi pazzesco.
L'asfalto avanza di anno in anno, per questo la tratta è stata più facile, ma si incontra comunque di tutto, anche deviazioni sulla sabbia profonda e toule svita bulloni. Parte dell'asfalto stesso fa rimpiangere lo sterrato.
Superato il passo più alto (Taglang La, 5300 e rotti metri), la strada scende finalmente sotto i 4000. E' sempre più frequente l'incontro con persone dai tratti cinesi, la strada si snoda fra stupa (cappellette tibetane) e gompa (monasteri con monaci dal mantello rosso-arancio), ma anche tante basi militari, siamo al confine con la Cina. Tutta la highway è controllata in modo asfissiante dalla polizia, se vedi una baracca cerca di individuare la corda che l'infame in uniforme può aver teso a tagliarti la strada per controllare i tuoi documenti.
La guida a sinistra fino a Leh, ovvero in assenza di incroci o rotatorie, non è stata un problema, ovvero non lo sarebbe stato se non vigesse la legge del più forte, che passa dove vuole quando ti incrocia. E' così radicata che, se con la moto ti fermi a lasciar attraversare un pedone, lui si rifiuta, sa che in questo gioco delle caste viarie è lui il paria.
In cima ai passi e sui punti "cospicui" si trovano migliaia di bandierine colorate appese a fili, sono preghiere, e tantissime piccole torri di ciottoli piatti sovrapposti.
Ora è sera, sono al Padma hotel di Leh, nella civiltà, col wifi che va e qualche volta viene. Non ho prenotato l'aereo per tornare a Delhi per prendere il volo per casa, dato che mi sono impegnato a restituire le moto qui il 17; non ho i permessi per andare al lago Pangong o alla Nubra Valley e forse non potrò averli perché domani è la festa dell'indipendenza dalla perfida albione. Ha ragione il mio amico Cancaniccia, non so pianificare.

15 agosto 2014
Leh ha due anime, spero prevalga la prima: nel nostro hotel il giardino è un orto botanico con cartelli che danno il benvenuto alle api impollinatrici; non si usano buste di PE ma di cellulosa o di carta... riciclata (leggasi carta di giornale chiusa a costituire un sacchetto); si invita a non uccidere animali per nutrimento, in fondo sono quasi tutti buddisti; si vendono ricariche di acqua bollita o filtrata per non aumentare la dispersione di bottiglie di plastica nell'ambiente. D'altro canto non esiste una nettezza urbana, si cammina su cumuli di spazzatura, i canali all'aperto ai bordi della strade insieme servono a portar via qualunque sporcizia e a fornire acqua, non è raro vedervi lavare i panni.
La città è un'enorme Porta Portese, puoi comprare qualunque cosa, compresi marchi rinomati in occidente. Il traffico è in minor quello di Delhi, con la stessa deregulation, un casino di clacson e sorpassi a membro di cane, ma non ho mai visto un incidente in quasi una settimana che sono in India, Visnù vigila.
Venditti cantava le buche di Roma perché evidentemente non è un viaggiatore: se non guardi dove metti i piedi, puoi venir meno all'affetto dei tuoi cari svanendo in un canale di scolo o in una qualunque voragine. Mentre fotografavo una buca in mezzo alla strada, larga la metà di questa e profonda 50 cm almeno, c'è caduta dentro la macchina di un turista indiano. In un attimo si sono materializzate dal nulla una decina di persone e l'hanno aiutato ad uscirne. Il forestiero se ne è andato pacificamente col paraurti penzolante.
La gente è fantastica, due bimbe con caratteri cinesi ci hanno pressoché intervistati e si sono fatte fotografare abbracciate a me, commuovendo Jaffy. I vestiti delle donne hanno tutto il campionario di un piazzista di vernici, visi cinesi e indiani hanno il sorriso stampato sopra. Per trovare l'albergo siamo stati scortati da un ragazzo su una Bullet del '99 col portatile a tracolla: "You are in my city, you are guest".
Monaci tibetani vestiti di rosso, gompa, stupa, moscheee, ruote di preghiera dappertutto, in un tripudio di accostamenti arditi multicolor.
L'artigianato è realmente tale, il berretto di lana di yak che ho comprato era appena stato realizzato dalla vecchietta, si fanno bollire le tinte per le stoffe, i ricami sulle magliette souvenir si possono scegliere e vengono realizzati on demand...
Però ho esagerato con l'ultima frittura da street food, mi si è piantata sullo stomaco, così stasera ho ceduto vigliaccamente: ho acquistato del latte e i biscotti "Milano", made in Mumbay ma dal nome rassicurante, scaduti da soli due mesi. Raffaella è andata oltre con un'eccellente interpretazione indiana di pizza.
Domani al Khardung La, basta pagare e i permessi saltano fuori anche in un giorno di festa nazionale.

16 agosto 2014
Fare colazione su una terrazza con lo sfondo di montagne himalayane che sembra ricreato in uno studio hollywoodiano; superare il più alto passo carrozzabile al mondo a oltre 5600 metri, con il sole insieme a una spruzzata di neve che penetra sotto la visiera aperta, non ha prezzo. Per tutto il resto c'è Mastercard, anche perché la mia Visa è decotta. Avrei voluto concludere così il capitolo "avventura" dei miei appunti, dato che domani dovremo restituire le moto.
Senonché sono incappato in una Ciaccia-situation.
Superato il Khardung La, non per necessità ma perché è un mito a soli 39 km da Leh, andiamo a mangiare sull'altro versante, un po' più a valle ma non troppo, al paese di Khardung che dà il nome al passo, sotto una pioggerella sottile. I momo con salsa piccante e il riso accompagnato da verdure e zuppa di legumi ci si piantano sullo stomaco mentre invertiamo la marcia per rientrare a Leh, superando di nuovo il passo a ritroso. A 5600 metri la pressione atmosferica si riduce alla metà di quella al livello del mare: già più in basso, al posto militare di controllo dei permessi di transito, Jaffy ansima e ha nausea, le dita delle mani sono bluastre, così chiedo assistenza. Il medico militare rileva una saturazione dell'ossigeno dell'85%, così in una stanzona buia le somministra O2 e le raccomanda di superare il passo senza fermarsi. E che ci vuole?
Ci avviciniamo alla cima sulla sterrata mentre vediamo delle fumate accompagnate da forti esplosioni: stanno allargando la strada o eliminando massi non sicuri, però il lavoro non è riuscito bene, i massi sono rimasti di dimensioni eccessive perché la ruspa possa spostarli dalla carreggiata. Il passo è bloccato, Jaffy boccheggia, così l'accompagno con la sua moto fin sotto i lavori e spiego in qualche modo che lei deve arrivare al passo, forse mezzo km a monte dei lavori stessi, per ottenere O2 al first aid. Ci lasciano scavalcare i detriti, dove Raffaella esaurisce le ultime scorte d'aria, ma prima lascio le chiavi della mia moto al passeggero di un altro motociclista indiano, dato che io non potrei portare due moto fino al first aid quando la via sarà sgomberata.
Nella zona a monte dei lavori si scatena una gara di solidarietà: Jaffy non deve raggiungere il valico perché riceve O2 da due bombole a bordo di auto, rimediando anche acqua e un cappello in pelliccia di yak, dato il freddo cane. Io presto il mio pile a un motociclista tremante, e così via.
Lascio Jaffy a blaterare in amabile compagnia e mi metto qualche metro più in basso, ma sempre a monte dell'ostruzione, a osservare il procedere dei lavori. Non c'è modo di spostare i macigni, serve un'altra carica di dinamite. Serviranno altre 4 o 5 ore per liberare la strada, altro che fare il passo senza fermarsi!
Quando infine stanno per far brillare le mine, mi ricordo che, per accompagnare Jaffy più su possibile, ho parcheggiato la sua moto proprio sotto alla zona dell'esplosione! Mi permettono di riscavalcare i detriti minati per spostarla più a valle ma, nella concitazione, non posso avvisare la consorte e mi scordo il suo casco e lo zaino (con i pochi euro rimasti) vicino al ragazzo cui ho prestato il pile! Vabbè, speriamo di ritrovarli...
Mentre aspetto l'esplosione a valle dell'ostruzione, raggiungo la mia moto parcheggiata: del ragazzo cui ho affidato le chiavi neanche l'ombra, i bagagli sono stati spostati dalla sella al portapacchi... Bho?
Si vede una fumata, poi col consueto ritardo giunge il boato. Ancora non so che Raffaella e altri allocchi a monte si erano avvicinati curiosi ai lavori di sgombero: faranno appena in tempo ad addossarsi con la faccia contro una parete di roccia, ma riceveranno ugualmente una mitragliata di detriti sulla schiena.
La ruspa entra in funzione e finalmente si può passare. Del ragazzo con le chiavi non c'è traccia, decido di salire con la moto di Raffaella a cercarla, alla mia moto penserò poi. Ritrovo per fortuna pile, zaino, casco e moglie in discreta salute, così carico il tutto e ridiscendo fino alla mia moto parcheggiata in una bolgia di camion e auto che si accalcano vanamente per recuperare il tempo perduto. Cerco senza trovarlo un camion adatto a trasportare la mia Enfield fino a Leh, non potendo metterla in moto. Dei ragazzi con un pickup ci danno alla fine una mano: tentiamo di trainare la mia con la moto di Raffaella, le leghiamo con una fune ma Jaffy non l'ha mai fatto, così percorriamo solo pochi metri di salita accidentata. L'idea è di superare il passo e scendere a Leh a motore spento. Ci provano anche due dei ragazzi del pickup, ma percorrono anche loro solo un centinaio di metri.
Panico.
Il sole sta tramontando, siamo gli ultimi sul passo, Jaffy rischia brutto: decidiamo di abbandonare lì la moto che non parte per riprenderla in qualche modo domani.
In quel momento arriva in moto il losco tizio cui avevo lasciato le chiavi, che ci informa che la moto non parte. Ci provo anch'io, è vero, la moto resterà lì stanotte.
Ma perché quel ragazzo ha spostato i bagagli, provato ad accendere la Enfield quando il passo era ancora bloccato e poi era sparito? Bho?
Vabbè, la salute innanzi tutto, così ci avviamo verso Leh mentre cala il buio. Arriveremo alle nove di sera.
Giornata imprevedibilmente interessante.

17 agosto 2014
Niente di che, con due sedicenti meccanici senza attrezzi salgo di nuovo sul Khardung La con un pickup troppo piccolo per caricare la Royal se non dovesse partire, sempre che sia ancora lì. Incredibilmente c'è e basta cambiare una delle due candele (che ho fornito io, insieme alla chiave per svitarla) che la bombardona riprende vita. Che coglione che sono, ma ieri sera era quasi buio e non volevo rimanere solo con Raffaella ansimante sul passo, quindi non ho neanche pensato di toccare un solo bullone quando il tizio sospetto mi ha riconsegnato le chiavi.
La moto andrà bene per una trentina di chilometri, poi ricomincerà a scoppiettare. In serata passerà il noleggiatore di Manali a ritirare le nostre cavalcature, così dopo pranzo decidiamo di accomiatarci dalle Enfield con un'ultima bighellonata, ma la moto di Jaffy sta per perdere una pedana e fa un inquietante rumore di biella. Andiamo solo con la mia, ma va sempre peggio, riesco a malapena a tenerla accesa per tornare al Padma hotel.
Meglio una passeggiata a piedi per Old Leh.

Che dire delle Royal Enfield 500?
Sono vecchie signore col cambio a bilanciere, imbellettate con iniezione, doppia candela e freno a disco, alle quali si fanno fare cose sconvenienti per la loro età. Sono convinto che i malfunzionamenti siano superabili affidandosi a un meccanico non affetto da pressappochismo indiano, ma non sono moto da enduro, portarle sulle piste con quelle "sospensioni" e quei materiali è una violenza. Su strada a passeggio danno il massimo, il motore ha un enorme volano e una grande dolcezza. Anche a oltre 5000 metri, pur conservando sì e no 5 cv, accettano di coppia di salire con le marce lunghe. Ma non provate a forzare il ritmo, struscia tutto per terra, anche l'arco del pedale del freno se vi azzardate ad azionarlo in curva.
Insomma, Jaffy se n'è innamorata, per me sono degli affascinanti catafalchi.
Però a Roma cercherò inutilmente di cambiare col tacco sulla mia Transalp...
Postilla: nei giorni successivi noleggeremo una classic 350 a carburatore: estremamente regolare, al contrario di quella a iniezione. Ho sentito dire che gli indiani comprano le nuove a iniezione e si procurano un vecchio carburatore. Per il resto la 350 ha la potenza di un Corsarino ZZ e i rapporti distesi di una Gold Wing 1800, un abbinamento perfetto, ma non è poi male per passeggiare ascoltando le valvole che si agitano e guardandosi intorno...

18 agosto 2014
Scarpinata per la città, visita al palazzo reale che domina Leh. Maledetto nano di un re! Nonostante gli avvisi "mind your head" sono uscito col mal di testa. Ma che ci vuole a fare porte e travi a misura d'uomo?
Comunque vista fantastica da ognuno dei suoi nove piani e un milk tea nell'adiacente Old Town Cafè, per entrare nel quale si scende in una specie di catacomba ritrovandosi in una stanzona con tappeti e cuscini in terra, illuminata da un grande abbaino.
Stasera abbiamo noleggiato la cucciola di Enfield, la classic 350 prima nominata, e via verso nuove mirabolanti avventure!

19 agosto 2014
Benzina alla Enfieldina, poi giù verso la vallata, attraversando subito l'Indo, uno dei sette fiumi sacri nonostante nasca in Cina e poi scorra in Pakistan.
Per spiegarci: la valle dell'Indo nei dintorni di Leh è una striscia di verde in mezzo a una vallata completamente deserta che, a destra e a sinistra del fiume, si porta con lieve pendenza fino alla base delle montagne che l'affiancano da ambo i lati.
Ogni tanto in questo deserto si incontrano delle oasi di montagna (Leh stessa è un'oasi), come Tamerza in Tunisia, che sfruttano i rivoli d'acqua che scendono dai ghiacciai con ingegnose canalizzazioni, ruscelletti sopraelevati, tagli profondi nella roccia per mantenere le pendenze, ecc che ricordano e superano per ingegno le opere dei berberi dell'Atlas marocchino. D'altra parte, pressioni selettive simili creano fenotipi analoghi anche a distanze enormi di spazio o di tempo. Così dev'essere anche per le soluzioni che gruppi umani diversi danno agli stessi problemi.
Tra qualche anno forse tutto questo deserto sarà messo a coltura, già si vedono grandi lavori di regimentazione di queste preziose acque che dovrebbero distribuire le scarse risorse idriche a tutta la vallata.
Nell'oasi di Stock abbiamo visitato il palazzo reale, policromo ma con predominanza di rosso e nero. A dominare il paese e il suo reticolo di campi e canali anche un vecchio gompa e il nuovo, in costruzione, ricavato nella base di un enorme Budda. A oggi è color cemento, ma gli artisti sono all'opera. All'interno i monaci pregavano e ci indicavano il contenitore delle offerte. Anche all'oasi successiva, Matho, i monaci del monastero fanno ben capire il loro gradimento per le offerte: devono pregare, loro, mica possono lavorare... Dopo la seconda offerta, il monaco stacca due biglietti (a pagamento) e ci conduce nel museo, colmo di reperti risalenti anche a duemila anni fa. Inquietante anche in questo gompa la presenza di calotte craniche umane e delle pitture rappresentanti i guardiani dei punti cardinali, dei mostriciattoli di vari colori con gli occhi fuori dalle orbite.
Il tempio di Matho è comunque bellissimo, inutile ricordare che anch'esso è in tecnicolor, e la vista sulla vallata è mozzafiato, si può spaziare con lo sguardo per decine di chilometri.
Cotti dal sole e dall'aria asciutta, continuiamo a costeggiare l'Indo da lontano in cerca di un ponte, non volendo percorrere a ritroso la strada. Questa si trasforma in pista scassatissima, ma alla fine ci indicano la direzione per uno strettissimo ponte metallico col pavimento in legno, per questo probabilmente ricoperto di bandierine di preghiera.
Siamo liofilizzati come mummie, un pranzetto e di nuovo a Leh.

"La mia religione è molto semplice, la mia religione è la gentilezza"
14° Dalai Lama
Al di là delle discutibili frequentazioni di quest'uomo e del mercimonio che i monaci fanno del buddismo, questa è la migliore descrizione del popolo del Ladakh. Comunque siano i tratti del suo viso, cinesi o indiani, in chiunque ti imbatti riceverai un sorriso sincero e un julay!
Non so come siano gli indiani in genere, è come giudicare gli europei dopo aver conosciuto i soli lapponi. Però i ladakhi, ma anche gli abitanti di Manali e dintorni, sono montanari che ancora non hanno perso la loro purezza, il turismo è arrivato da poco e non ha ancora contaminato la loro schiettezza.
Anche a Delhi ho trovato tanta gentilezza, appena ti si vede titubante si fa avanti qualche viso sorridente pronto ad aiutarti. Qui si fa però fatica a distinguere la disponibilità dai tentativi di truffa o di spennare il pollo occidentale; come in tutte le grandi città del mondo, a Delhi si accalcano truffatori e profittatori. La città è il cancro del mondo, purtroppo metastatico.

Pensavo di patire il freddo nel deserto di alta quota, invece - sarà un caso fortunato - ho scoperto che questa breve estate del Ladakh ha giornate caldo secche, anche molto calde al sole diretto, pur con l'aria che rimane frizzantina. Di notte la temperatura scende in funzione della quota, a Leh basta una felpetta.

Leh è buddista, ma senti anche il canto del muezzin dal minareto della moschea. Non mancano ovviamente gli hindu, stragrande maggioranza in India. Fra dei militari in esercitazione, con belle mimetiche da sabbia, spiccava un turbante viola in mezzo ai berretti d'ordinanza. Il signor Sing ("Leone", molti sikh si chiamano così) mi ha spiegato che a loro è concesso non abbandonare i loro sei metri di stoffa intorno al capo.

I cani, i mille, i diecimila cani che di giorno agonizzano al caldo, di notte non ti fanno dormire. Non rispondono al fischio perché vengono chiamati schioccando la lingua.
Le piccole mucche che vagabondano a piacere gradiscono, se ne hai, gli avanzi della tua frutta, le albicocche in particolare possono corromperle del tutto.

20 agosto 2014
Con l'enfieldina siamo tornati nella zona di ieri a visitare Tiksey, un villaggio monastico su uno sperone di roccia con - di nuovo - una vista da paura dal tetto. Come sempre, bellissimo, multicolor e kitsch.
Tornando verso Leh abbiamo adocchiato un'altra oasi che rompeva la monotonia del deserto adagiandosi alla base della montagna. La strada asfaltata che la raggiungeva dalla pianura passava attraverso enormi accumuli di sabbia, per poi seguire in salita il perimetro dell'oasi stessa. Verso la sommità la strada si trasformava in pista, la pendenza aumentava ed è qui che, quando le pulsazioni del 350 sono scese sotto i 50 battiti al minuto, ho capito che stava collassando sotto il nostro peso ed era ora di invertire la marcia...

Tramonto indimenticabile sul vecchio gompa un po' in rovina che domina Leh, al di sopra del palazzo reale, con migliaia di bandierine colorate che garriscono (bella, vero?) all'ultima luce del giorno. Indovinate? Si pagava il biglietto a un giovane monaco.

La città è tutta una sartoria. Poiché siamo dei morti di fame, i nostri souvenir sono magliette con disegni su ordinazione, rappresentanti yak, Enfield, nodi senza fine, o celebranti l'"impresa" di arrivare a Leh da Manali o di salire sul Khardung La. Il vero artigianato locale è costituito da scialli in cachemire o pashmina, la seconda ancora più morbida e preziosa perché tessuta con la sola lana della barbetta della capra. Splendidi anche i mobiletti finemente intarsiati, intrasportabili, e l'argento tibetano.
Di importazione dalla Cina si possono trovare a prezzo di spaccio aziendale i migliori abbigliamenti tecnici delle aziende occidentali che lì hanno dislocato la produzione. Un esempio? Ho acquistato una giacca da trekking North Face con imbottitura e cappuccio separabili, in goretex, per 36 euro...

21 agosto 2014
Ultimo giorno a Leh, shopping compulsivo per indorare la pillola. Ci mancherà questa dolce cittadina, anche se sembra uscita dal triplice bombardamento alleato di Dresda...
Due ore in un internet point per il check in del volo Delhi - Vienna prima di capire che l'Austrian non permette di stampare il boarding pass.

22 agosto 2014
L'aeroporto di Leh è condiviso con l'aeronautica militare, così i controlli sono asfissianti: ripetute perquisizioni, identificazione dei bagagli sulla pista (ma se te li ho appena dati, di chi vuoi che siano?), tentativo fallito di infilarmi nella zona riparata per la perquisizione delle ladies, ma alla fine si decolla per Delhi.
Una cappa caldo umida ci taglia le gambe all'arrivo. Con l'ottima metro e ripetute perquisizioni corporali a ogni cambio di treno, davanti al cecchino che ti tiene di mira, abbiamo visitato Qutab Minar, un sito del 1300 che testimonia il contributo di splendore che la dominazione araba ha aggiunto alla già plurimillenaria civilta hindu. Il pezzo forte è una torre-minareto elaboratissima e altissima, cinque piani via via più stretti, separati da balconcini e ognuno diverso dall'altro. Il tutto collocato in un giardino con moschea, porticati, tombe di VIP.
Un giro nel centro di Delhi mi conferma nella mia avversione per la città: niente truffe stavolta, ma un continuo tentativo di scucirmi le ultime rupie.
Sarà l'afa, saranno tutti i rapporti fisici subiti nelle perquisizioni, ci avviamo spossati verso l'Indira Gandhi International Airport.
Ci rivedremo? Il mondo è grande e io ne ho visto così poco. Ma chissà...
« Ultima modifica: 26 Agosto 2014, 18:37:41 da Titto »
Fabrizio "Titto" Brizi
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Offline alex

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Re: Julay Ladakh!
« Risposta #1 il: 26 Agosto 2014, 17:11:55 »
Titto, già sai.  sm08
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Offline ario

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Re: Julay Ladakh!
« Risposta #2 il: 26 Agosto 2014, 17:58:02 »
 smbrv smbrv smbrv smbrv

Complimenti ad entrambi..e grazie per aver condiviso...  sm419
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HUSABERG FE 550 06.... IL MEZZO LITRO
SHERCO 290 02............ IL QUARTINO

Offline Enzo

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Re: Julay Ladakh!
« Risposta #3 il: 26 Agosto 2014, 19:59:49 »
 :PDT_Armataz_01_37: e complimenti !
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Offline beppext

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Re: Julay Ladakh!
« Risposta #4 il: 26 Agosto 2014, 20:20:08 »
 :PDT_Armataz_01_37:

la premessa che hai fatto prima del tuo racconto è incoraggiante (età e famiglia)....ma tanto tutto sta nel volerle le cose.
Grazie x l'esempio.  sm419

Offline Lamberto

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Re: Julay Ladakh!
« Risposta #5 il: 26 Agosto 2014, 21:48:18 »
Complimenti!!
E' da sempre il primo posto dove vorrei andare, bellissima esperienza Titto.

Offline Valchisun

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Re: Julay Ladakh!
« Risposta #6 il: 26 Agosto 2014, 23:59:28 »
Grandioso, da farci un libro, un bel libro! :PDT_Armataz_01_37:

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Offline Bikerider

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Re: Julay Ladakh!
« Risposta #7 il: 30 Agosto 2014, 20:27:27 »
 sm419

Sono stato in Rajasthan dal 15 al 29 e un po' posso capire..
If everything seems under control, you're just not going fast enough.

Honda CRF 450X - Dual Purpose
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Offline Fulvio 55

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Re: Julay Ladakh!
« Risposta #8 il: 30 Agosto 2014, 21:54:19 »
 smbrv :PDT_Armataz_01_37: sm419 sm419 sm419
avanti adagio....quasi indietro!